XXXIV domenica Tempo ordinario Anno A 20/11/2011 PDF Stampa E-mail
Scritto da R. Binello   
Mercoledì 16 Novembre 2011 18:52

Domenica 20/11/11, Gesù Cristo, Re dell’universo, XXXIV e ultima domenica del Tempo Ordinario, anno A.

Ez 34,11-12.15-17

Sal 22

1Cor 15,20-26.28

Mt 25,31-46

 

Chiude l'anno liturgico il solenne brano con cui Matteo suggella l'attività pubblica di Gesù. Subito dopo ha inizio il racconto della passione. La Chiesa cattolica dedica questa ultima domenica dell'anno alla festa di Cristo Re. Per molti esegeti si tratta del testo più universalistico dell’intero Nuovo Testamento: l’appartenenza al Regno non esige l’esplicita conoscenza del Cristo, ma soltanto la concreta accoglienza del fratello bisognoso. E lo stesso cristiano non gode di alcuna garanzia: anch’egli sarà giudicato unicamente in base alla carità.

Il giudizio del figlio dell'uomo si compie, secondo Matteo, su tutte le genti. Non si tratta di un giudizio né sommario né collettivo: la sera, quando tornava all'ovile, il pastore israelita vagliava pecora per pecora e le separava dai capri. Il giudizio comporterà dunque, finalmente, una separazione e sarà definitiva, come è definitiva la posizione che si prende nei confronti dell'evangelo di Gesù, o con lui o contro di lui.
La scena escatologica del giudizio non viene raffigurata in toni apocalittici, non vengono evocati fatti straordinari, sconvolgenti. Al centro c'è solo il confronto tra il grande giudice e tutti coloro che hanno conosciuto Gesù attraverso la predicazione del Vangelo. Da notare che il giudice è chiamato “figlio dell’uomo” e “re”. A nessuno può sfuggire che questo re è Gesù di Nazareth, colui che fu perseguitato e crocifisso, rifiutato, e che nella sua vita condivise in tutto la debolezza della condizione umana. Ed è un re che si identifica con i più umili, i più piccoli: anche nella sua funzione di giudice universale rimane fedele a quella logica di solidarietà che lo guidò durante tutta la sua esistenza terrena. È dunque un re che vive sotto spoglie sconosciute, quelle dei “suoi piccoli fratelli”. O meglio ancora: egli è giudice e re, perché “regola” con il suo metro di giudizio, quello, appunto, dell’incarnazione solidale, la modalità di appartenenza allo stile di Dio, allo stile del Regno.

Punto culminante del discorso, esplicitato nel doppio dialogo sulle opere buone, sta quindi nell'identificazione tra Gesù e «i più piccoli dei fratelli». Il duplice dialogo insiste su un unico criterio, quello delle opere buone. Sono tutte ben conosciute alla pietà giudaica che le ha sempre considerate la manifestazione fondamentale della fedeltà a Dio. Per la tradizione profetica, esse sono più importanti addirittura del culto, e quando il tempio verrà distrutto, la pratica delle opere buone rappresenterà il suggello della fede del buon ebreo. Solo una delle opere elencate nel duplice dialogo non apparteneva esplicitamente all'esperienza ebraica: andare a visitare i carcerati. Si potrebbe dunque trattare di un'applicazione alla vita della comunità dei discepoli di Gesù perché spesso i missionari erano perseguitati e incarcerati e, poiché le esigenze della missione li portavano lontani dalla loro famiglia, potevano contare solo sui fratelli di fede. Il criterio del giudizio definitivo sono dunque le opere. Forse dovremmo riflettere di più su questo in un momento in cui pare prendere il sopravvento la difesa della purezza della dottrina, la salvaguardia dell'ortodossia, la tutela della prassi rituale. In continuità con la grande tradizione israelitica, anche per Gesù l'autenticità della fede si verifica sull'ortoprassi prima ancora che sull'ortodossia. L'opera buona diventa più importante di tutto, delle dichiarazioni di principio, dell'osservanza, della partecipazione al culto. Ricondurre Dio alle relazioni tra gli uomini e, in modo tutto particolare, alle relazioni nei confronti dei "piccoli" non significa però risolvere la fede in una prassi etica paragonabile alle molte forme di filantropia esistenti. Per Gesù, infatti, i "piccoli" sono molto di più che semplici destinatari di attenzione e dedizione. Sono sacramento della visibilità di Dio. Anche se si tratta di una teofania silente, in loro Dio si manifesta, si rende presente.

Chi sono dunque quei "fratelli più piccoli" che stanno tanto a cuore a Gesù fino al punto di determinare in modo decisivo la condanna di coloro che, non avendo saputo fare loro del bene, non hanno riconosciuto Dio? Un affamato e un forestiero sono innanzi tutto un'evidenza, con loro non è possibile barare. Sono loro che ci fanno ritornare dall'esilio dell'egoismo ed è grazie a loro che Dio comanda di nuovo. E nel momento in cui i "piccoli" ci interpellano che Dio, finalmente, regna e qualsiasi gesto di cura per chiunque sia in difficoltà è il luogo della regalità di Dio.

Incontrare Gesù, aderire a lui è molto meno complicato di quanto spesso si pensi. I poveri, i piccoli, i forestieri, i carcerati sono lì a indicarcene la presenza. Evidenti per gli occhi, essi non sono altrettanto evidenti, però, per il cuore. Non per tutti, almeno…

 

Prima lettura: dal libro dl profeta Ezechiele (Ez 34,11-12.15-17)

Così dice il Signore Dio: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge, quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi, dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.
Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri”.


Salmo responsoriale (Sal 22)

R. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

 

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

 

Seconda lettura: dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 15,20-26.28)

Fratelli, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte.
E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

 

Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,31-46)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

 

 

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