| XXXIII domenica Tempo ordinario Anno A 13/11/2011 |
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| Scritto da R. Binello |
| Giovedì 10 Novembre 2011 20:14 |
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Domenica 13/11/11, XXXIII domenica del Tempo Ordinario, anno A. Pr 31,10-13.19-20.30-31 Sal 127 1Ts 5,1-6 Mt 25,14-30
I talenti, contrariamente a quanto di solito si pensa, non rappresentano le capacità che Dio ha dato a ciascuno, ma le responsabilità o i compiti che a ognuno vengono affidati. Infatti, la parabola racconta che il padrone diede “a ciascuno secondo la sua capacità”. I primi due servitori sono l’immagine dell’operosità e dell’intraprendenza: trafficano ciò che è stato loro affidato e consegnano il doppio di quanto hanno ricevuto. Sono perciò definiti “buoni e fedeli” e hanno la funzione, per quanto riguarda l’economia della parabola, di mettere in risalto il comportamento del terzo. Costui è invece pigro e passivo: non traffica, non corre rischi, ma si limita a conservare. Per questo il terzo servitore è considerato “malvagio e infingardo” e “fannullone”. Il contrasto è dunque fra operosità e pigrizia, fra intraprendenza e passività. Proprio il dialogo fra il servo pigro e il padrone rivela la chiave dell’intera parabola, che ha lo scopo di far comprendere la vera natura del rapporto fra Dio e l’uomo. Il servo buono, infatti, ha una sua idea del padrone, e cioè quella di un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. Terribile! In una simile concezione di Dio c’è posto soltanto per la paura e la scrupolosa osservanza di ciò che è prescritto: nulla di più. Il servo non intende correre rischi, e mette al sicuro il denaro. Come biasimarlo? Qualsiasi ascoltatore riterrebbe giusto il ragionamento del servo, e ingiusta la pretesa del padrone. In realtà l’ascoltatore della parabola è invitato a cambiare prospettiva: non più quella della gretta obbedienza e della paura, ma la prospettiva dell’amore che è senza calcoli e non si limita a riconsegnare ciò che ha ricevuto, ma anche senza paura. Il servo della parabola è come rimasto paralizzato dalla paura del rendiconto. Il timore lo ha reso inerte e dimissionario, incapace di correre qualsiasi rischio e di mettersi in gioco, non intravedendo possibilità promettenti di futuro. Il discepolo di Gesù deve, al contrario, muoversi in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono scaturire il coraggio, la generosità, la libertà, lo spirito di iniziativa. L’evangelista Matteo inserisce questa parabola, raccolta dalla tradizione, nel suo discorso escatologico per illustrare l’imperativo della vigilanza, che è il modo con cui il cristiano vive il “tempo presente”. Il servo vigile e fedele, secondo Matteo, è colui che, superando il timore servile e una gretta concezione del dovere religioso, prende l’iniziativa di atti concreti, generosi e coraggiosi. Attendere il padrone significa assumere il rischio della propria responsabilità. Per coloro che si assumono il rischio delle decisioni si aprono prospettive sempre nuove. Chi, al contrario, si chiude in se stesso per paura e rifiuta le occasioni che gli si offrono, diviene sterile e sempre più incapace di alimentare la propria esistenza. È forse questo il senso della frase enigmatica “a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Ovviamente la parabola non intende essere un’esaltazione della “efficienza”: la prospettiva del parabolista è unicamente religiosa. Matteo, rivolgendosi alla comunità cristiana del suo tempo, la rimprovera per la scarsa intraprendenza nella fede. Non c’è posto per comunità intorpidite, rinunciatarie e paurose di fronte all’intenzione evangelica di vita buona. Probabilmente il servo pigro non è l’uomo che non compie opere buone, ma l’uomo conservatore e dimissionario, ripetitivo, pauroso di fronte a ogni rinnovamento, così da ridimensionare e soffocare possibilità di dare espressione alle promesse insite alla vicenda personale di ognuno. È, inoltre, significativo il riferimento (prima lettura) al brano finale del libro dei Proverbi, dedicato alla donna di valore e spesso utilizzato per esaltare le capacità imprenditoriali delle donne. In realtà non si tratta dell’elogio della donna virtuosa, quasi modello per ogni uomo. Per capirne il senso, è decisivo il riferimento finale al “timore di Dio”. L’inno esalta la “donna-sapienza”, nella sua forma grammaticale appunto femminile, quale capacità di imprimere alla vita vigore ed efficacia e di ricavare così da essa ogni soddisfazione. In questo senso è comprensibile il “timore di Dio”, quale acconsentimento all’intenzione buona di Dio nei confronti dell’umanità. Il volto stesso di Dio si esprime proprio nell’intenzione verso ogni uomo e ogni donna, affinché, fautori del proprio destino, siano capaci di dare energia e vigore ad un futuro promettente. Spesso, come credenti, dovremmo riconoscere che nella differenza tra “paura” di Dio e “timore” di Dio si gioca il senso della vita, il volto stesso di Dio.
Prima lettura: dal libro dei Proverbi (Pr 31,10-13.19-20.30-31) Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e gira il fuso con le dita. Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani e le sue stesse opere la lodino alle porte della città.
Salmo responsoriale (Sal 127) R. Beato chi teme il Signore.
Beato l’uomo che teme
il Signore
Seconda lettura: dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1Ts 5,1-6) Fratelli, riguardo ai tempi e ai momenti, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.
Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-30) [In quel tempo, Gesù
disse ai suoi discepoli questa parabola: “Un uomo, partendo per un viaggio,
chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a
un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.]
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò
altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri
due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel
terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
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