| XXXI domenica Tempo ordinario Anno A 30/10/2011 |
|
|
|
| Scritto da R. Binello |
| Mercoledì 26 Ottobre 2011 15:17 |
|
Domenica 30/10/11, XXXI domenica del Tempo Ordinario, anno A. Ml 1,14-2,2.8-10 Sal 130 1Ts 2,7-9.13 Mt 23,1-12
Come è possibile comparire al cospetto di Dio? Come accedere alla pace in Dio, a quella situazione di vita determinata dalla familiarità con Dio e capace di assicurare senso e compiutezza? La risposta è data dal ritornello del salmo responsoriale, chiave interpretativa dell’intera liturgia della Parola odierna. Custodiscimi, Signore, nella pace. È custodito nella pace da Dio chi non pone la sua fiducia nel possesso e nelle sicurezze che da esso derivano. È custodito nella pace da Dio chi concepisce l’esistenza come gratuità e come servizio, e non come possesso. L’unico biglietto di accesso alla pace, assicurata da Dio, è uno stile di dedizione. Ma attenzione: uno stile di servizio e di dedizione non misurabile in quantità, bensì in qualità. Non è sufficiente, infatti “esibire” una svariata gamma di gesti di appartenenza religiosa, quasi come fossero delle etichette! La denuncia nei confronti degli scribi è chiara: è possibile realizzare la familiarità con Dio attraverso atti concreti e non semplicemente sulla carta (gli scribi erano appunto perfetti conoscitori della Parola, poiché studiosi e teologi attenti e precisi, ma poco disponibili a un’attuazione pratica)! L'accusa di Gesù contro i responsabili religiosi di Israele, i maestri della Legge e coloro che, in quanto appartenenti al movimento dei farisei, si sentivano superiori agli altri, è implacabile. Il linguaggio è quello classico della letteratura polemica, uno stile provocatorio, tagliente. I rimproveri che Gesù muove loro sono due: l'incoerenza e la ricerca di sé. Anzitutto l'incoerenza: sono doppi e senza dirittura, e vivono una profonda divisione tra il dire e il fare, ciò che pretendono dagli altri e ciò che esigono da sé. Poi Gesù rimprovera a questi uomini religiosi la ricerca di sé: allargano le filatterie, allungano le frange, cercano i posti d'onore. Le filatterie erano delle piccole custodie contenenti i frammenti di testi biblici di particolare importanza. I pii ebrei appendevano queste custodie al braccio sinistro e alla fronte. Le frange svolgevano un'analoga funzione: ogni pio israelita le legava ai quattro angoli del mantello. Filatterie e frange avevano, dunque, un preciso valore simbolico: conservare sempre davanti ai propri occhi il ricordo della legge del Signore. Ma era proprio questo che scribi e farisei non facevano. Verrebbe, allora, spontaneo, ai giorni nostri, preferire l'ideale alternativo di una Chiesa senza onori e senza titoli, senza potere e senza gerarchie. L'oracolo di Malachia, d'altra parte, non fa che confermare con forza che, sempre, i profeti sono stati costretti ad alzare la loro voce contro le autorità religiose per riprovarne i comportamenti. È un male antico, endemico. Per questo, per richiamare la comunità a perseguire un ideale di fraternità totalmente alternativo, Matteo non fa che riprendere alla lettera il monito profetico. Parole sovversive che dovrebbero graffiare le coscienze. Se il Vangelo è un ideale tradito, meglio cercare altrove appartenenze meno pretenziose, ma più efficaci: noi pensiamo che questo sia il dramma del nostro tempo, ma si tratta, in realtà, del dramma che innerva la storia delle Chiese. Chi può dire di essere esente dall'incoerenza tra quanto dice e quanto fa, qualunque sia il posto che occupa nella Chiesa, abbia o no un ruolo di governo, sia o no un ecclesiastico illustre? Nessuno sfugge a questa ambiguità. Ancora una volta, però, il rischio di attutire la forza della parola evangelica con la coltre di un qualunquismo che tutti salva perché tutti condanna è forte. I toni forti della contrapposizione tra una realtà desolante e un ideale inafferrabile hanno la funzione di far risaltare il nucleo dottrinale del discorso, quello contenuto nei due proverbi finali: la comunità dei discepoli di Gesù si costruisce e si sostiene, si organizza e cresce su due strutture portanti, il servizio e l'umiltà. Forse nelle nostre Chiese si dovrebbe riflettere con maggiore serietà sul fatto che il servizio e l'umiltà non sono due belle virtù per anime pie ma due strutture comunitarie. Si tratta allora di una questione di cuore, quel luogo sacro in cui solo Dio può entrare. Per questo le apparenze non contano: la familiarità con Dio è praticabile a partire da una decisione del cuore, cioè della coscienza. E la ricchezza del cuore può solo essere “pesata” dalla misericordia di Dio, più attenta alle intenzioni di fondo che non alle illusioni o alle manipolazioni dettate dall’esteriorità… Abbiamo bisogno, ancora oggi, di persone significative che ci diano una mano nel difficile mestiere del vivere, parole che non siano abitudine o sicumera ma profezia e speranza. Tutti abbiamo un maestro (o più di uno): l'opinione della gente, i miei appetiti, il vincente di turno... l'importante è scegliersi il Maestro giusto. Ai discepoli del Nazareno è chiesto di avere solo lui al centro della vita, le sue parole e i suoi gesti, e di seguirlo con riflessione adulta, con passione ferma e critica, con verità del cuore, senza deleghe, alla scoperta di un Dio adulto che ci tratta da adulti. Ogni discepolo deve essere la trasparenza dell'unico Maestro. Non deve attirare l'attenzione su di sé ma su di Lui. Il vero discepolo è una figura che rinvia. Non dice parole proprie e non ricerca se stesso. Riconoscere che Dio è l'unico Signore, che Gesù è l'unico Maestro e che tutti sono fratelli sono le categorie fondamentali della comunità evangelica.
Prima lettura: dal libro del profeta Malachia (Ml 1,14-2,2.8-10) Io sono un re grande,
dice il Signore degli eserciti, e il mio nome è terribile fra le nazioni.
R. Custodiscimi, Signore, nella pace.
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
Seconda lettura: dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1Ts 2,7-9.13) Fratelli, siamo stati
amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature.
Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma
la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. Voi ricordate infatti,
fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio: lavorando notte e giorno per
non essere di peso ad alcuno, vi abbiamo annunziato il vangelo di Dio. Proprio
per questo anche noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da
noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di
uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che
credete. Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 23,1-12) In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare '’rabbì’' dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare '’rabbì’', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno '’padre’' sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare '’maestri’', perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.
|