XXVIII domenica Tempo ordinario Anno A 09/10/11 PDF Stampa E-mail
Scritto da R. Binello   
Mercoledì 05 Ottobre 2011 17:21

Domenica 09/10/11, XXVIII domenica del Tempo Ordinario, anno A.

Is 25,6-10

Sal 22

Fil 4,12-14

Mt 22,1-14

Il tono delle ultime parabole che Gesù pronuncia alla fine della sua predicazione è duro e sconcerta. Il clima è quello cupo e sinistro di un giudizio inesorabile che comporterà una resa dei conti definitiva. A prima vista, nella parabola del banchetto di nozze c'è qualcosa che non convince: come si può pensare che tutti gli invitati alle nozze del figlio di un re rifiutino o come si può immaginare un banchetto di nozze cui partecipa solo gente raccattata all'ultimo momento agli angoli delle strade? e chi può accettare un re capace di pretendere che queste stesse persone siano tutte agghindate da cerimonia? La sua reazione nei confronti del malcapitato che prima è costretto a entrare e poi viene accusato di inadeguatezza nel vestire non è forse inqualificabile?
Se la parabola del banchetto di nozze vuoi dire qualcosa sul regno di Dio, lo dice in termini paradossali, con toni surreali che rasentano perfino il ridicolo. C'è molto di illogico in tutto il racconto e forse non bisogna pretendere di farlo funzionare come vorremmo. Letta sullo sfondo dell'oracolo del profeta Isaia, la parabola comincia a prendere dei connotati meno improbabili. Le immagini sono bibliche e conosciute: le nozze e il banchetto sono metafore del Regno di Dio, quel regno che i profeti hanno annunciato e che ogni pio israelita attendeva con pazienza. Il banchetto a cui Dio invita è quello definitivo, preparato per tutti i popoli: è possibile che proprio i figli di Israele rifiutino di parteciparvi? Cominciato con il ministero dell'annuncio del Regno da parte di Gesù di Nazareth, il banchetto rappresenta l'ultima chiamata utile. Sottrarsi è follia perché significa aver confuso ciò che è straordinario con ciò che è ordinario o ciò che è escatologico, e quindi definitivo, con ciò che è quotidiano e routinario. Letta sullo sfondo del ministero storico di Gesù, la parabola sancisce però con forza che il rifiuto non rappresenta mai l'ultima parola. Dopo il diniego degli invitati, la scena continua: il banchetto deve avvenire, comunque. La vittoria di Dio è legata al superamento del rifiuto da parte del suo popolo attraverso un nuovo invito, una nuova chiamata. Se gli invitati di diritto si sono mostrati indegni dell'invito, Dio non può rinunciare a essere Dio, a prendersi cura di un'umanità scelta come partner del proprio amore. Dio è disposto a cambiare strategia, ma non a cambiare progetto. L’esame dei verbi porta alla medesima conclusione. I verbi che si riferiscono al re esprimono sempre iniziativa, nei confronti sia dei servi (dire, mandare) sia degli invitati (venire, chiamare). Invece i verbi che si riferiscono ai servi esprimono tutti esecuzione (andare, uscire, radunare). Dunque il protagonista è il re; perciò tutta l’attenzione deve polarizzarsi su di lui e sulla sua azione.

Una cosa comunque è certa: nel suo insieme questo discorso parabolico di Gesù che Matteo colloca nella predicazione a Gerusalemme si caratterizza per i toni drammatici, non per le sfumature solari e ottimiste delle parabole del regno. Eppure anche questa del banchetto di nozze è una parabola che vuole rivelare cosa sia la realtà del regno di Dio. Il punto di vista è simile a quello della parabola dei vignaioli omicidi. Diretta agli uditori di Gesù, l'immagine del banchetto suona come un tremendo atto di accusa. Durante il suo ministero Gesù ha testimoniato che il regno di Dio è, come i profeti avevano preannunciato, un grande banchetto. Per questo egli si è sempre seduto a tavola volentieri con chiunque l'abbia invitato e accolto. Proprio la sua esperienza, però, attesta senza ombra di dubbio che quelli che sono stati invitati per primi alla festa delle nozze definitive tra Dio e l'umanità intera hanno preferito altro. A tavola con lui, durante il suo ministero, sono stati capaci di sedere soltanto i "lontani", buoni o cattivi, poco importa. Se Gesù ha frequentato i peccatori, non è perché non ha annunciato il Regno ai “giusti”, ma perché questi l’hanno rifiutato. E se il Regno è passato da Israele ai gentili, non è perché Dio ha abbandonato il suo popolo, ma perché esso lo ha rifiutato. Nessun arbitrio da parte di Dio, dunque, ma un “giudizio”, o, se si preferisce un termine meno drammatico, una “valutazione”.

Qualcosa di importante, anzi addirittura di discriminante, però, c'è ed è il "vestito". Secondo un'interpretazione di orientamento sacramentale, che si è imposta su altre possibili, Matteo fa riferimento al battesimo, perché fin dall'inizio la comunità cristiana ha riconosciuto che fede e battesimo sono inscindibilmente legati come espressione uno dell'altra. Un'altra interpretazione, più vicina alla mentalità giudaica, è ugualmente possibile. Alla fine della parabola l'evangelista intende mettere in guardia la sua comunità da una visione lassista della chiamata. Tutti sono chiamati, buoni e cattivi, ma alla fine il giudizio ci sarà e ci verrà chiesto conto del nostro "vestito", cioè delle opere buone che abbiamo effettivamente compiuto. L’essere entrati nella sala non esaurisce il compito, né è una garanzia: occorre essere vigilanti, in atteggiamento di attenzione e ascolto della Parola. Il giudizio che ha colpito Israele può colpire anche i cristiani. Forse è bene ricordarlo perché, tra i tanti indici negativi che rivelano la linea di tendenza che l'Italia ha imboccato negli ultimi anni, c'è anche quello della diminuzione sensibile del numero di persone impegnate nel volontariato. Bombardati dall'illusione mediatica di altre feste e altri banchetti, compriamo ormai altri vestiti… e non è detto che siano adeguatamente nuziali!

Prima lettura: dal libro del profeta Isaia (Is 25,6-10)

Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

 


Salmo responsoriale (Sal 22)

R. Abiterò per sempre nella casa del Signore.

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male,
perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.


Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 4,12-14)

Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.


Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

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