| XXVII domenica Tempo ordinario Anno A 02/10/11 |
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| Scritto da R. Binello |
| Giovedì 29 Settembre 2011 13:39 |
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Domenica 02/10/11, XXVII domenica del Tempo Ordinario, anno A. Is 5,1-7 Sal 79 Fil 4,6-9 Mt 21,33-43
Sullo sfondo della durissima parabola con cui Matteo chiude la sua trilogia della vigna c’è una delle pagine più belle e dolenti del grande profeta Isaia. I due testi vanno presi insieme e in tutta la loro serietà. Quella della vigna è un’immagine cara alla tradizione biblica, che indica che cosa il popolo di Israele è stato ed è per il suo Dio: una realtà che gli appartiene, ma anche una realtà che ha sempre bisogno di lavoro e di attenzione, vigna che Dio stesso ha piantato e che non si è mai stancato di curare, perché portasse frutto. Una storia, quella di Dio e della sua vigna, che è storia di rifiuto dei profeti da parte del popolo dell’elezione e che culminerà nel tragico e definitivo rifiuto perfino del figlio che Dio stesso invia, come ultima possibilità, a prendersi cura della sua vigna. In questa storia e non in azzardate quanto astratte speculazioni è racchiuso il problema serio della fede nel Dio biblico. È, infatti, una storia che porta con sé domande gravi: perché l’economia divina funziona in questo modo? Che senso ha parlare di elezione, se poi Dio ripudia coloro che egli stesso ha eletto? La colpa è tutta dei figli di Abramo, e i cristiani sono invece migliori? Come è possibile che l’infedeltà umana sia più forte della potenza salvatrice di Dio? La parabola ha sicuramente di mira i responsabili del popolo, i sacerdoti, gli scribi e gli anziani, responsabili della rovina del popolo. Nell’allegoria di Isaia il padrone si aspettava uva pregiata e invece ha trovato uva scadente. Nella parabola non è questione di frutti buoni o cattivi, ma di rifiuto dei diritti del padrone. I contadini non vogliono riconoscere il padrone come tale. Si comportano come se la vigna appartenesse a loro. E, infatti, il rifiuto dei profeti, come quello poi di Gesù, non è un peccato qualsiasi, ma il peccato di chi si erge a padrone e, anziché stare in ascolto del Signore che parla attraverso i suoi profeti, pretende di farsi arbitro e giudice della stessa parola di Dio. Questo atteggiamento è la ragione del rifiuto di tutti profeti, ma è di fronte al figlio che tale ragione si fa lucida, esplicita, determinata: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. C’è dunque un motivo in più per uccidere il figlio: la sua identità di figlio, appunto. Un modo ulteriore per assurgersi a giudici nei confronti di Dio. Il destino di Gesù si inserisce in una continuità: è il destino di tutti i profeti. Non dunque qualcosa di inedito. Collocata nella logica della storia della salvezza, il destino di Gesù, vale a dire la croce, acquista la sua intelligibilità. Gesù non è estraneo alla storia dei giusti e dei profeti, ma le ha dato significato rivivendola e ripetendo il loro martirio, martirio illuminato di senso e mai vano o inutile, proprio perché martirio, e dunque testimonianza, di Dio stesso, fedele fino in fondo alla sua logica di amore. Venire uccisi dopo essere stati trascinati fuori dall’accampamento o dalla città e la sorte dei bestemmiatori e degli adulteri, come si legge nel Levitico (24,14). Ai lettori di Matteo risulta così più comprensibile la sorte di Gesù e il modo con cui è stato percepito dai capi del popolo. Le ultime battute di Gesù svolgono il tema del giudizio. È un giudizio dai molti volti. La pietra che i costruttori, nel nostro caso i capi del popolo, hanno giudicato inutile, proprio quella è invece stata scelta da Dio come pietra angolare. La presunzione delle autorità, che si sono arrogate il diritto di giudicare Gesù, non poteva essere smentita più direttamente, né con maggior ironia. Certo, Dio è la pietra che salva. Ma può anche diventare la pietra sulla quale si cade (cfr Is 8,14). È così anche il Cristo, al tempo stesso salvatore e giudice: venuto a salvare, tornerà a giudicare. La parabola si fa avvertimento. Dio è fedele. Il suo amore è paziente, ma non senza verità: i contadini sono puniti e la vigna passa ad altri. Il giudizio mostra che Dio tiene in seria considerazione la responsabilità dell’uomo. La pazienza divina non rende irrilevante la libertà dell’uomo. E tuttavia anche qui, come sempre, l’ultima parola non è la minaccia, ma la speranza: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”. Questa citazione non appartiene alla parabola, ma al suo commento, fatto da Gesù o dalla comunità. È una chiara allusione alla risurrezione e alla fedeltà di Dio: l’ultima parola della storia di Gesù non è il rifiuto da lui patito, bensì l’intervento di Dio solidale con il suo profeta. La metafora della pietra scartata dai costruttori e utilizzata da Dio rivela poi l’insuperabile differenza fra la logica di Dio e i pensieri degli uomini: Dio sceglie proprio ciò che gli uomini scartano. Sorprende, ma non del tutto, che un tale contrasto si produca non fra Dio e il mondo, ma fra Dio e il suo popolo, in particolare coloro che si reputano “eletti”, cristiani compresi!
Prima lettura: dal libro del profeta Isaia (Is 5,1-7) Voglio cantare per il mio diletto
Salmo responsoriale (Sal 79) R. La vigna del Signore è la casa di Israele.
Hai sradicato una vite dall’Egitto,
Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 4,6-9) Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!
Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,33-43) In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». |