XXVI domenica Tempo ordinario Anno A 25/09/11 PDF Stampa E-mail
Scritto da R. Binello   
Mercoledì 21 Settembre 2011 15:52

Domenica 25/09/11, XXVI domenica del Tempo Ordinario, anno A.

Ez 18,25-28

Sal 24

Fil 2,1-11

Mt 21,28-32

La parabola dei due fratelli è la prima di una sequenza di tre parabole, le quali cercano di dare una spiegazione al fatto che coloro che avrebbero dovuto essere i primi ad accogliere il Vangelo, in realtà l’hanno rifiutato. Come spiegarlo?

Sullo sfondo di queste parabole sta lo sconcerto generato da un duplice rifiuto: Gesù è stato rifiutato dai giudei praticanti e dai rappresentanti della legge, mentre è stato accolto dal popolo, dai pubblicani e dai peccatori; la predicazione del Vangelo è stata rifiutata dai giudei e accolta favorevolmente dai pagani. Le due situazioni (la prima del tempo di Gesù e la seconda del tempo della Chiesa) si sovrappongono, come spesso accade nelle parabole. Sovrapposizione corretta, perché la logica che sottostà ad ambedue le situazioni è la medesima.

La parabola sembra avere due facce: su quale di esse si deve porre l’accento? Se rivolta ai giusti, li avverte che il loro sì può sempre diventare un no. Se rivolta ai peccatori, li assicura che le loro possibilità sono intatte: il no può diventare un sì. Sembra, dunque, di trovarci di fronte a una specie di parabola “girevole”. Ma questo si può dire unicamente se si legge la parabola in se stessa, strappandola dal suo contesto. Invece, alla luce del contesto in cui l’evangelista l’ha posta, la direzione è una sola. La parabola è rivolta ai giusti, ma per parlare loro dei peccatori: sono migliori di voi! Che la parabola sia rivolta ai giusti, mettendo però l’accento sui peccatori, è segnalato anche dall’azione riflessa del primo figlio: “Ma poi si pentì e vi andò” . Il verbo, nell’originale greco, significa appunto: “provare rincrescimento”, “pentirsi”, “ripensarci”.

Parabole sul comportamento opposto di due figli o di due schiavi, che perseguono lo scopo di spingere gli ascoltatori a prendere posizione per uno piuttosto che per l'altro, non sono rare nella tradizione giudaica. In questo caso, come spesso nelle parabole rabbiniche, ciò che è in gioco è la distanza tra il dire e il fare. Ciò che conta realmente davanti a Dio è fare, è compiere la sua volontà. Gesù l'ha ribadito senza sosta: non chi parla di Dio o si rivolge a Dio, ma chi fa la sua volontà potrà essere accolto nel Regno. Alla fine, Gesù propone un'applicazione della parabola che non può non scandalizzare: per lui i due figli, quello che sembra ossequioso e obbediente e non lo è e quello che sembra incapace di obbedienza e invece obbedisce, corrispondono a due precise categorie di persone, i rappresentanti della religione ufficiale che gli si rivolgono con sussiego, ma sono ben lontani dall'accogliere la sua chiamata, e quelli a cui, invece, è lui a rivolgersi, pubblicani e prostitute. Naturalmente le parole di Gesù In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” non significano che tutti i peccatori entreranno nel regno di Dio e che nessun fariseo vi potrà entrare. Non esprimono un principio generale, ma fotografano una situazione di fatto, un’esperienza precisa vissuta dal Battista e da Gesù stesso, un’esperienza singola, dunque, che tuttavia non è limitata a un solo luogo e a un solo tempo: può ripetersi. È per questo che Matteo la ricorda alla sua comunità.

Parlando del Battista, Gesù parla di se stesso. Il Battista gli serve da esempio. Ha incontrato uomini giusti e praticanti, ufficialmente credenti, che lo hanno rifiutato. Ha incontrato uomini ritenuti peccatori, che lo hanno accolto. Ma quando Gesù parla di sé, più profondamente intende parlare di Dio: il comportamento verso il Battista si è ripetuto nel comportamento nei confronti di Gesù. E nel comportamento verso Gesù si trova lo specchio visibile, senza l’inganno delle parole, del proprio comportamento verso Dio. Il no a Gesù è un no a Dio. Per questo san Paolo (seconda lettura) ci sollecita: Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

Il comportamento dei due figli è proposto come alternativa. Interpella certamente ogni credente. Interpella però anche ogni comunità parrocchiale, ogni Chiesa locale e tutta la Chiesa universale nel "qui e ora" della sua chiamata. Quanto le nostre Chiese sono state capaci di ascoltare i profeti? Soprattutto chi, nelle nostre Chiese, crede a coloro che vengono, come Giovanni, sulle vie della giustizia? Eppure, Gesù propone proprio questo come unico criterio che stabilisce la differenza tra i due figli. Forse, quando ci sentiamo di vivere un tempo della Chiesa orfano di profeti è giunto il momento di interpellare pubblicani e prostitute…

Prima lettura: dal libro del profeta Ezechiele (Ez 18,25-28)

Così dice il Signore: «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».


Salmo responsoriale (Sal 24)

R. Ricordati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza,
in te ho sempre sperato.

Ricordati della tua fedeltà che è da sempre.
Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
la via giusta addita ai peccatori;
guida gli umili secondo giustizia,
insegna ai poveri le sue vie.


Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 2,1-11)

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

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