XXV domenica Tempo ordinario Anno A 18/09/2011 PDF Stampa E-mail
Scritto da R. Binello   
Mercoledì 14 Settembre 2011 19:21

Domenica 18/09/11, XXV domenica del Tempo Ordinario, anno A.

Is 55,6-9

Sal 144

Fil 1,20-24.27

Mt 20,1-16

La parabola degli operai chiamati al lavoro a ore diverse e pagati allo stesso modo disorienta sempre molti lettori. Evidentemente la parabola non intende intrattenerci sui rapporti di lavoro e sui criteri di giustizia che li devono regolare. Essa si muove sul piano dei rapporti religiosi, non dei rapporti sociali. E discorre della giustizia di Dio, non di quella degli uomini. Il problema, tuttavia, rimane: è possibile che Dio, sia pure nei rapporti religiosi, si comporti come quel padrone? Il punto serio della parabola sembrerebbe stare proprio nell’apparente ingiustizia del padrone. La protesta dei primi operai è il tratto in cui l’ascoltatore si sente fotografato e particolarmente toccato, e in proposito si attende qualche spiegazione. Difatti, è proprio su questo aspetto che il padrone si dilunga spiegando le ragioni del suo comportamento. L’ampiezza del dialogo e l’impegno con cui è condotto mostrano che il centro della parabola, sul quale fermare l’attenzione, è proprio questo.

A onor di cronaca, è onesto riconoscere che nel corso dei secoli, specialmente nella tradizione omiletica e catechetica, sono state ipotizzate diverse interpretazioni, che si sono avventurate alla periferia del centro della parabola, senza però coglierlo. La parabola, infatti, non insiste sulla chiamata a tutte le ore né sul giudizio sempre possibile né semplicemente sul fatto che gli ultimi sono stati chiamati per primi né sull’ovvia verità che Dio conosce profondamente il cuore dell’uomo. Insiste invece sul fatto che gli ultimi sono stati pagati come i primi. Se si vuole veramente comprendere la parabola, questo è il paradosso che si deve affrontare.

Pagando gli ultimi operai come i primi, Gesù vuole forse insegnarci che quanto a noi sembra ingiusto è invece giusto per Dio, il quale è al di sopra dei nostri criteri. La giustizia di Dio è a misura di Dio, ha i suoi criteri. Certamente Dio è libero, ma la sua libertà non è arbitrio. La sua risposta agli operai che si lamentano (“non posso fare delle mie cose quello che voglio?”) non equivale al nostro “faccio ciò che mi pare e piace”. Se lui, il padrone agisce come agisce, non è perché trascura chi ha lavorato di più, tanto meno perché ritiene che il molto lavoro fatto non sia servito a nulla, ma perché ama anche gli ultimi e non soltanto i primi. Queste sono le “cose” di Dio: la volontà che tutti siano primi. Non è violata la giustizia, ma la proporzionalità. Dio è insindacabile, non perché contro e senza giustizia, ma perché oltre, nel senso della bontà. Lo spazio dell’agire di Dio è quello largo della bontà, non quello angusto del diritto e delle differenze. Il padrone pone all’operaio che si lamenta una domanda intelligente che va al fondo della questione: “Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Giusta domanda: i primi operai, infatti, si lamentano non perché è stato loro tolto qualcosa, ma semplicemente perché è stato dato anche agli altri quanto è stato dato loro. La loro protesta non esprime desiderio di giustizia ma invidia.

Di per sé la parabola può essere rivolta sia ai peccatori sia ai giusti, ma da due lati differenti: agli uni per annunciare loro la “lieta notizia” che non sono più gli ultimi; agli altri per ammonirli a non rinchiudere Dio nello spazio della loro ristretta giustizia. In realtà il padrone innalza gli ultimi, ma non abbassa i primi. E in effetti, la parabola sembra anzitutto rivolta al giusto. Sua è la lamentela che reclama la differenza: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi”. Il mondo è pieno di persone che gridano all’ingiustizia non perché defraudati, ma perché vedono accorciarsi le distanze fra loro e gli altri. Queste persone non sanno nulla del vero Dio, volto della gratuità. Il nucleo dell'insegnamento di Gesù sta, in realtà, da un'altra parte e cioè nell'affermazione della magnanimità di Dio. Avere a che fare con Dio, lavorare nella sua vigna, non ha nulla a che vedere con il rendimento e neppure, quindi, con la giustizia distributiva. Non è misurabile, né graduabile. Mai potrà esserci corrispondenza tra quanto ci è possibile, sia pure con tutte le nostre forze, e quanto Dio dona. Per questo la giustizia umana non può essere criterio per la salvezza divina. Dio, in fondo, non nega agli operai della prima ora quanto aveva pattuito con loro fin dall'inizio. La questione, però, è ben altra: non tutti sono operai della prima ora. E qui sta il risvolto critico non solo della parabola, ma di tutta la predicazione di Gesù, che non stabilisce mai una contrapposizione tra giustizia divina e bontà divina.

E sempre ai giusti è rivolta la lunga spiegazione del padrone, nel tentativo di farli ragionare, convincendoli che il loro apparente desiderio di giustizia è in realtà un senso di invidia. Un sentimento, questo, sempre in agguato, se il giusto resta convinto, nel suo intimo, che il Vangelo sia una fatica e non una fortuna. Di fronte al Dio del Regno, al Dio che non esclude, ma include, il vero problema sono proprio gli operai della prima ora e per questo tutta la storia della fede, soprattutto della fede osservante, è storia di mormorazione: sono proprio "quelli della prima ora" che rischiano di non capire la logica del Regno e, paradossalmente, di restarne esclusi. Non la capisce il fratello maggiore della parabola del padre misericordioso che fa festa per il figlio ritrovato; non la capisce il fariseo che invita Gesù a casa sua ma che, per verificare se egli sia un profeta di Dio, utilizza il metro dell'esclusione dei peccatori; non la capiscono i garanti dell'osservanza religiosa quando il suo annuncio del Regno lo porta a condividere la mensa con i pubblicani…


Prima lettura: dal libro del profeta Isaia (Is 55, 6-9)

Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.


Salmo responsoriale (Sal 144)

R. Il Signore è vicino a chi lo invoca.

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.

Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all’ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie,
santo in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a quanti lo invocano,
a quanti lo cercano con cuore sincero.


Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 1,20-24.27)

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.


Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

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