| XXIX domenica Tempo ordinario Anno A 16/10/2011 |
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| Scritto da R. Binello |
| Giovedì 13 Ottobre 2011 19:22 |
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Domenica 16/10/11, XXIX domenica del Tempo Ordinario, anno A. Is 45,1.4-6 Sal 95 1Ts 1,1-5 Mt 22,15-21
A Gerusalemme Gesù è coinvolto in una serie di dibattiti che chiamano in causa i gruppi più rappresentativi del giudaismo. Le risposte di Gesù agli interrogativi che gli vengono posti mostrano la sua totale indipendenza di giudizio nei confronti delle correnti culturali dominanti. Un'indipendenza di giudizio che dovrebbe essere la prerogativa del cristiano di ogni tempo. Certamente tutto il peso del racconto evangelico cade sull'affermazione: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. L'episodio pone due personaggi a confronto: Gesù e gli interroganti. Due ritratti completamente diversi. Gesù, colto qui nella sua struttura umana, è definito un maestro “veritiero”, che insegna la via di Dio “secondo verità” e che non “guarda in faccia nessuno”. Un uomo franco, lineare, tutto d'un pezzo. Non dice ciò che gli è utile, non è condizionato dal consenso e dalla popolarità: dice ciò che è vero, comunque esso sia. Tutto il contrario è la figura dell'interrogante: un uomo contorto, malizioso, capace di fingere per trarre in inganno. La sua domanda non nasce dal desiderio di sapere né gli interessa la verità. Il Vangelo parla di “malizia” e di “ipocrisia”. Il primo termine indica una malizia consapevole e furba, che sgorga dall'interno: non una cattiveria casuale, un atto inconsulto, ma una scelta abituale, una logica di vita. Il secondo definisce l'attore, l'istrione: recita sulla scena parti che non riflettono la sua vita, finge sentimenti che non prova. Dentro è in un modo e fuori in un altro. Il detto di Gesù risulta di due parti. La prima (“date a Cesare quello che è di Cesare”) riconosce che ci sono i diritti dello Stato e quando lo Stato rimane nel suo ambito questi diritti si tramutano in doveri di coscienza. È significativo, ad esempio, che Paolo scriva ai cristiani di Roma (Rm 13) sollecitandoli a pagare le tasse e a rispettare le autorità (che pure erano pagane). Anche se non gestito dai cristiani, lo Stato ha i suoi diritti. Tuttavia lo Stato non può arrogarsi diritti che competono solo a Dio (“e a Dio quello che è di Dio”), il che significa che non può assorbire tutto l'uomo, non può sostituirsi alla coscienza. Il cristiano rifiuta di far coincidere per intero la sua coscienza con gli interessi dello Stato. Afferma il primato di Dio ed è perciò, in radice, un possibile “obiettore di coscienza”. La radice della libertà di coscienza è il riconoscimento del primato di Dio. Qualcuno sostiene che il detto di Gesù vincolerebbe la libertà delle persone: le persone sarebbero debitrici nei confronti di Cesare e di dio, e quindi non avrebbero diritti, né nulla potrebbero rivendicare nei confronti di Cesare o di dio (dove per Cesare si intende il potere civile e per dio il potere religioso, spirituale). Nel dare a Cesare quel che è di Cesare e a dio quel che è di dio non ci sarebbe scelta per il soggetto. L’individuo non avrebbe alternative se non quella di rinunciare a vivere. Ma rinunciare a vivere non è un’alternativa della o nella vita, è fuori della vita. Infatti, spesso siamo tentati di pensare che la libertà coincida con l’assenza di legami e con la cancellazione di ogni responsabilità e relazioni significative. Se mi lego troppo non sono più libero, se mi impegno troppo sono soffocato, se mi coinvolgo troppo non ne esco più… In realtà, il vangelo ci educa ad un effettivo coinvolgimento pratico in ciò che si fa e ci sollecita al coraggio di chi prova ad attraversare poco per volta il lato promettente della vita, fino a farlo proprio e a sceglierlo consapevolmente. Ci possono essere due modi di attraversare il tempo che abbiamo a disposizione per vivere: o guardando dall’esterno le cose che accadono, mettendo le spalle al sicuro (un po’ come le marionette i cui fili sono mossi da altri…), oppure lasciandoci coinvolgere ed interpellare, diventando liberi responsabili della propria vita e di quella degli altri. La pagina evangelica odierna ci spiega che Dio non cerca dei sudditi, ma dei discepoli liberi e consapevoli, capaci di assumersi le proprie responsabilità. Nessuno ci toglie dalla nostra libera responsabilità. E Dio non ci pensa neppure. Non si può costruire la società, la chiesa, una famiglia, un’intera esistenza aspettando che altri si impegnino, che altri muovano i fili per noi o che da qualche parte ci siano le condizioni ideali per fare qualcosa. La città degli uomini diventerebbe una dittatura, la chiesa un affare privato di qualcuno, la coscienza una sonnacchiosa e omologante obbedienza priva di senso critico. Il primato di Dio sulla propria vicenda non solleva l’uomo dalle sue responsabilità, ma gli riconsegna una libertà che nessuno può togliere: la libertà di contribuire, per quanto riguarda ognuno, all’avvento del Regno, alla costruzione di un mondo più umano, senza demandare ad altri ciò che può fare il singolo individuo nella cornice storica in cui si viene a trovare…
Prima lettura: dal libro del profeta Isaia (Is 45,1.4-6) Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente
R. Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Cantate al Signore un canto nuovo,
Seconda lettura: dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1Ts 1,1-5) Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.
Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21) In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiàni, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
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