XXIII domenica Tempo ordinario Anno C 5/09/10 PDF Stampa E-mail
Scritto da R. Binello   
Giovedì 02 Settembre 2010 17:35

DOMENICA 05/09/10, XXIII domenica del Tempo Ordinario, anno C.

Sap 9,13-18

Sal 89

Fm 9-10.12-17

Lc 14,25-33

“Condizioni necessarie per essere discepolo: istruzioni d’uso”.

Potrebbe essere questo lo slogan in cui inserire a mo di cornice le letture dell’odierna liturgia della Parola. Infatti, la radicalità con cui queste istruzioni sono illustrate ben si associa al tentativo di calare il messaggio di Gesù nel quotidiano. Calare nel quotidiano non significa scendere a compromessi, bensì tentare di vivere la serietà evangelica ogni giorno, e non relegarla a momenti eccezionali o riservarla a persone eccezionali.

Gesù invita il discepolo a rompere tutti i legami familiari, a rompere persino il legame con se stesso. L’inquietante invito è però, in Luca, rivolto alle folle, cioè a tutti. Inoltre, Luca conserva paradossalmente il verbo “misein”, cioè odiare. Ma in un’ottica sapienziale, “misein” non indica odio o disprezzo, bensì un intenzionale distacco da ciò che è parziale in vista di un bene più complessivo. Ovviamente, Luca non intende “odiare”: egli sa bene che i genitori, come il proprio io, devono essere amati e rispettati. Si tratta, dunque di distacco, di preferenza del Regno, mantenendo l’aspetto di paradossale radicalità. Del resto l’esempio di Gesù è rappresentativo: non si tratta solo di rompere i legami con la famiglia e non basta un generico, ed astratto, distacco da se stessi. Come Gesù, occorre essere disposti a portare la Croce, cioè all’effettivo e totale sacrificio di sé. La Croce è l’immagine concreta della dedizione a ciò che vale e da senso ad un’intera esistenza. Allo stesso modo, per ogni uomo, il distacco evangelico sta ad indicare la volontà di non assolutizzare le singole esperienze o gli attimi, spesso, fuggenti. Per dare senso ad un’intera vicenda umana, occorre un sogno, un desiderio, un obiettivo così alto e tenace, da essere in grado di dare continuità e sostegno ad ogni singolo frammento esistenziale. È la meta finale che ci fa camminare, e non la singola stazione. “Rintracciare le cose del cielo”: con queste parole il libro della Sapienza (prima lettura) ci esorta a volare alto, ad osare con coraggio e tenacia verso mete significative ed esaustive.

Per questo motivo, la Parola di Dio propone, a seguire, le parabole della torre e del re. In tutta serietà, le due parabole insegnano che bisogna riflettere bene prima di buttarsi in un’impresa: occorre calcolare le possibilità e creare le condizioni che permettano di concludere. L’emozione del momento o il momentaneo benessere non sono indicatori sufficienti a determinare, in tutta la sua globalità, l’effettiva validità di un discernimento.

La meta è la prima cosa che si propone chi vuole intraprendere un viaggio. La guarigione è la prima cosa che si propone un medico quando un malato si presenta a lui. La formazione globale dell’alunno è la prima cosa che si propone un insegnante, all'inizio dell'anno. La vetta è la prima cosa che si propone un alpinista quando decide di fare una scalata. Quando io faccio un passo fuori casa, devo già conoscere il luogo che intendo raggiungere. Un vero progetto inizia dal futuro. Occorre, dunque, cercare di rendere probabile
il futuro desiderabile. Occorre avere un respiro ampio.

La serietà che il seguire Gesù richiede è possibile solo nella libertà. Luca non si sta rivolgendo a chi riflette per decidersi se farsi o meno cristiano, bensì a chi è già cristiano e deve, in situazioni difficili, perseverare nella fede. Solo nel distacco e solo in vista di un ampio orizzonte è possibile la perseveranza. È probabile che Luca avesse sott’occhio una situazione di persecuzione: in tale situazione la perseveranza e la coerenza sono possibili unicamente se si è disposti a rinunciare a tutto. Altrimenti si troveranno infinite ragioni per giustificare il silenzio o il compromesso.

Prima lettura: dal libro della Sapienza (Sap 9,13-18)

Quale, uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre riflessioni,
perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima
e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.
A stento immaginiamo le cose della terra,
scopriamo con fatica quelle a portata di mano;
ma chi ha investigato le cose del cielo?
Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,
se tu non gli avessi dato la sapienza
e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?
Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra;
gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito
e furono salvati per mezzo della sapienza».


Salmo responsoriale (Sal 89)

R. Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
E acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.


Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo a Filemone (Fm 9-10.12-17)

Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.
Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

Vangelo: dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

 

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