| XXII domenica Tempo ordinario Anno C 29/08/10 |
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| Scritto da R. Binello |
| Martedì 24 Agosto 2010 22:14 |
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DOMENICA 29/08/10, XXII domenica del Tempo Ordinario, anno C. Sir 3,17-20.28 Sal 67 Eb 12,18-19.22-24 Lc 14,1.7-14
Nell’odierno brano evangelico, Gesù osserva la scena dei convitati che competono per scegliersi i primi posti, e ne approfitta per elaborare una parabola. Emerge, allora, non una semplice norma sapienziale, una regola del buon vivere, bensì una regola del Regno di Dio, che intende descrivere il vero atteggiamento religioso. In quest’ottica è condannata l’orgogliosa sicurezza dell’uomo, la sua presunzione di essere sempre nel giusto. Questa presunzione non solo snatura il rapporto con Dio, che deve invece sempre restare un rapporto di fiducia e grazia, ma anche il rapporto con gli uomini. Gesù offre, quindi, una regola di comportamento per il Regno di Dio, una regola di comportamento di fronte a Dio e, di conseguenza, anche di fronte a tutta la compagnia degli uomini. In una parola: umiltà. Umiltà è una parola che deriva dal latino “humus”, e che significa “terra”. Terra, terra. Umiltà significa, quindi, sentirsi appartenenti alla terra, considerarsi con esattezza ed autenticità, proprio per quello che si è. Normalmente, nella retorica comune, viene rilevato il fatto di non considerarsi di più di quello che si è. Non montarsi la testa, insomma, smetterla di costruirsi degli artifizi per mascherare e nascondere i nostri limiti, esaltando a dismisura le nostre qualità. In un mondo tutto immagine, tutto esteriorità, tutto apparenza è dura essere cristiani, essere buoni discepoli, avere una giusta percezione di sé, affidando al Signore il repertorio umano che ognuno porta con sé. Ma attenzione: umiltà significa anche non sbilanciarsi verso il basso, non annientarsi, non considerarsi troppo niente. Atteggiamento, questo, altrettanto diffuso e pericoloso. Nella tradizione cristiana, infatti, si è radicata la convinzione che dire “faccio schifo” sia un modo per fare un complimento a Dio e ingraziarselo. In realtà, umiltà significa prendersi sul serio, leggersi alla luce della Parola, illuminati dallo Spirito che ci permette di tracciare i nostri contorni. Umiltà significa riconoscersi quali creature di Dio, apprezzando i doni che Dio ha piantato nel giardino della mia vita, perché crescano a servizio dei fratelli. Umiltà, quindi, è la percezione corretta di ciò che siamo alla luce di Dio. E in un tempo in cui la tendenza è alla lotta armata senza esclusioni di colpi, percepirsi come positività, perché creati e amati da Dio, è davvero Vangelo: Buona Notizia. Non scegliere i primi posti, cioè non mettersi in mostra, non sgomitare, è l’atteggiamento di chi vive in armonia nel profondo, con il sé più profondo, perché si percepisce positività, amato da Dio. Da qui, ne deriva un atteggiamento consequenziale: la gratuità. Se arrivo a scoprire quanto ho ricevuto, non posso che a mia volta condividerlo con gli altri, senza calcolo. Quanto è poco usata la parola “gratis” oggigiorno! Tutto si paga, tutto si misura, anche gli affetti! Gesù ribalta questa prospettiva vivendola. Di fronte a Dio nessuno è emarginato, ma ciascuno è prossimo. L’emarginazione è sempre il frutto di una giustizia “mondana”, che fa differenze in base alla posizione sociale o al lavoro o al prestigio. Se ci facciamo caso, perché invitiamo sempre e soltanto parenti e amici? Si resta sempre all’interno di un amore interessato, convenzionale, e di un circolo chiuso e vizioso. Ci si invita fra persone alla pari: oggi io invito te e domani tu inviti me. Gesù ci suggerisce che il motore dell’universo è un altro, che è inutile illudersi: solo nella logica del dono di me, del mio tempo, della mia disponibilità, posso davvero vivere nella verità che è l’umiltà. E l’umiltà è davvero “terra, terra” quando non esige nulla in cambio, è incondizionata, capace di ospitalità gratuita e universale.
Prima lettura: dal libro del Siracide (Sir 3,17-20.28) Figlio, nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande, tanto più umìliati; così troverai grazia davanti al Signore; e dagli umili egli è glorificato. Una mente saggia medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio. L’acqua spegne un fuoco acceso, l’elemosina espia i peccati.
R. Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
I giusti si rallegrino,
Seconda lettura: dalla lettera agli Ebrei (Eb 12,18-19.22-24) Fratelli, voi non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano che Dio non rivolgesse più a loro la parola. Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza. Vangelo: dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-14) Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» .
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