| XXII domenica Tempo ordinario Anno A 28/08/2011 |
|
|
|
| Scritto da R. Binello |
| Mercoledì 24 Agosto 2011 08:18 |
|
Domenica 28/08/11, XXII domenica del Tempo Ordinario, anno A. Ger 20,7-9 Sal 62 Rm 12,1-2 Mt 16,21-27
Già domenica scorsa il vangelo ci questionava: chi è per noi Gesù? È un qualcuno di cui abbiamo conoscenza diretta oppure è un qualcuno definito secondo categorie metafisiche, concettuali o peggio ancora secondo personalissimi gusti? Evidentemente per avere un’opinione corretta di Gesù, ma anche di qualsiasi altra persona, occorre metterne in luce le intenzioni. L’unico che può dirci chi è Gesù, che ci piaccia o no, è Gesù stesso. Altrimenti si rischierebbe solo di fare retorica e ideologia. Insomma occorre rispettare l’identità di Gesù secondo Gesù, cioè di Lui secondo Lui. Se non si rispettasse tale intenzione si correrebbe il rischio di Pietro, del discepolo che pretende di insegnare al Maestro. Infatti, il rimprovero di Gesù (“lungi da me Satana”) significa: mettiti dietro di me, segui i miei passi, altrimenti mi separeresti da Dio (Satana è appunto il “separatore”, il “divisore”, colui che allontana da Dio). Gesù sa di andare verso la croce, ma non per il gusto di soffrire. Egli è consapevole che la coerenza con le proprie intenzioni è all’origine del fastidio provocato ai capi del popolo. Egli è ben conscio della pena amministrata a chi è considerato un rivoluzionario: la croce. Tuttavia sa che restando fedele alle sue intenzioni, darà un volto e un nome a Dio e la sua esistenza non sarà stata vana. Che significa dire: credo che Gesù è morto crocifisso? Questa stranezza ci richiama alla caratteristica della nostra fede di essere un credere a un Dio, e non a delle idee soltanto o prima di tutto a delle idee, ma a un Dio degli “avvenimenti”, dei fatti. Ci sono cioè degli avvenimenti, dei fatti che lo rivelano, che sono suoi: e, rivelandolo, rivelano chi Egli sia per noi e chi noi siamo per Lui. Il pensiero di Pietro è il pensiero degli uomini di quel tempo, giudei o greci che fossero. Per i Giudei la morte sul legno, la morte appeso al legno, è la morte del maledetto da Dio. In quel contesto morire di croce equivale ad essere maledetti da Dio. Per i Greci un Dio debole, un Dio che perdona, che non si vendica, che si lascia sottomettere e punire, un Dio che l’autorità politica può schiacciare come uno schiavo ribelle, non può essere un Dio. Il risultato è il medesimo: la croce non può essere avvenimento di Dio. Le strade sono diverse: per i Giudei è scandalo, inciampo; per i Greci è stoltezza, perché è illogico che un Dio muoia in questo modo. La morte di croce, per tutti e due, è la negazione di Dio. In un certo senso, Giudei e Greci, sono “difensori di Dio”. Ma lo difendono sapendo già come Dio deve essere e questo è lo sbaglio, l’errore. Difendono Dio sapendo che non deve essere così e rimuovendo la croce da Dio. Invece di dire: “non lo so, voglio vedere come si manifesta”, hanno già deciso chi sia Dio. Dio, invece, sfida la nostra incomprensione per essere fedele a se stesso, perché non può essere secondo la nostra immagine, per essere fedele a se stesso, per essere fedele alla sua logica di amare. La croce di Gesù rivela il mistero di Dio, lo fa vedere non come lo aspetteremmo, ma fa vedere che Lui è com’è: che Dio è Dio a modo suo e non a modo nostro. E lo stile del Figlio è quello di “rinnegare se stesso”. Tutto ciò che l’uomo fa è per affermare se stesso. Pone se stesso al centro. Il “negare se stesso” che Gesù propone non è un uccidersi. È affermare la nostra vera vita come libertà, libertà di uscire da sé per amare. Come in un movimento centrifugo, l’amore pone chi ama fuori dal proprio io e lo realizza pienamente come relazione. È la cura e la dedizione per ciò che ci sta intorno. Per questo occorre “prendere la propria croce ogni giorno”: la “propria” perché è quella che ci siamo fatti noi, la nostra vita, da sollevare e portare ciascuno con le sue responsabilità e scelte. In ogni vicenda umana, in ogni esistenza, vengono a presentarsi momenti cruciali, in cui ogni uomo è interpellato ad assumere decisioni e responsabilità decisive per la propria vita. Si tratta di momenti in cui occorre mettersi in gioco. Si tratta di situazioni in cui è doveroso giocare allo scoperto, mettendoci la propria faccia, e non quella di altri. La croce in Gesù è l’esito di determinate decisioni e direzioni assolutamente assunte in prima persona. La croce di ogni uomo è la propria esistenza configurata e precisata dalle personali scelte e conseguenti consapevolezze. Non si tratta di imitare alla lettera Gesù e finire inchiodati sul Golgota alla sua maniera. Si tratta, piuttosto, di “seguirlo”, e dunque imitarlo, nello stile, lo stile di colui che ha assunto l’esistenza con coscienza e serietà, senza alienarsi e disconnettersi dalle umane vicende o senza stare in standby, in sospensione, come un eterno adolescente, disincantato e apatico. Accettare la croce, vale a dire l’abnegazione evangelica, non coincide con il rigore di un esercizio ascetico. Non equivale alla negazione della fantasia, degli affetti, dei sentimenti, delle proprie qualità umane. Farne una dottrina di perfezione significa ancora una volta “parlare secondo gli uomini”. Nel lessico cristiano l’abnegazione rimanda direttamente al battesimo, implica cioè che il cristiano rinunci a mettere se stesso al centro della propria esistenza per “immergersi “ nello stile di cura e dedizione tipiche del Cristo. Per questo Paolo (seconda lettura) esorta i cristiani di Roma al “culto spirituale”, cioè a non fare “altro” se non vivere la propria vita come vita in Dio…
Prima lettura: dal libro del profeta Geremia (Ger 20,7-9) Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.
R. Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio,
Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,1-2) Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,21-27) In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
|