| XXI domenica Tempo ordinario Anno A 21/08/2011 |
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| Scritto da R. Binello |
| Giovedì 18 Agosto 2011 13:47 |
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Domenica 21/08/11, XXI domenica del Tempo Ordianario, anno A. Is 22,1-9 Sal 137 Rm 11,33-36 Mt 16,13-20
Esattamente a metà del vangelo di Matteo, la scena di Cesarea di Filippo vede come protagonista Pietro. Un protagonismo quanto mai importante: Pietro rappresenta il punto di riferimento a cui la comunità di coloro che hanno aderito alla fede in Gesù provenendo dal giudaismo deve costantemente rivolgersi per riuscire a definire la propria identità e, soprattutto, a restare salda nelle avversità. Nel momento in cui la presa distanza e la separazione dal giudaismo e dalla sinagoga rende più difficile e incerto il cammino, Matteo ricorda alla sua Chiesa che la memoria di Pietro ha valore fondativo. Ma Matteo ci ricorda anche che il protagonismo di Pietro, nell’intero panorama evangelico, va sempre considerato nella sua complessità e ambiguità perché alla confessione di fede fa seguito l’ostinazione e il rifiuto (come ben precisato nella liturgia della prossima domenica). È per questo motivo che Matteo considera il primo dei discepoli come il prototipo di tutti i cristiani: ha accettato di mettersi al seguito di Gesù con determinazione e coraggio, ma deve anche imparare, a proprie spese, che la forza che gli viene dall’alto e che gli permette di riconoscere in Gesù il figlio del Dio vivente non lo tutela dalla sua inadeguatezza. Come persona, Pietro è debole. Da questo punto di vista i vangeli sono onestamente autocritici: non nascondono che talvolta Pietro, e non solo lui tra i discepoli, dice quello che non deve dire e fa quello che non deve fare. La tradizione evangelica nel suo insieme ha voluto conservare e trasmettere tutta la complessità della persona di Pietro, uomo di contrasti, capace di essere riconosciuto come “roccia” e scacciato, nel passo evangelico successivo, come fosse satana. E, tuttavia, egli rimane non solo un modello morale per i credenti, ma addirittura un riferimento, un marcatore, identitario. La fedeltà a Gesù passa attraverso il riferimento a Pietro e questo significa che la comunità discepolare diviene “chiesa” solo se non perde la memoria forte e decisiva della comunità storica dei discepoli che hanno seguito Gesù durante il suo ministero, pur con tutti i limiti e pregi, preziosamente e onestamente conservati dalla tradizione evangelica. Ciò che conta, a maggior ragione quando la Chiesa sembra venir meno nella sua credibilità testimoniale, è il fondamento identitario della comunità cristiana. Vale a dire: la comunità trova la sua identità, il suo “tu sei” a partire dalla ricerca dell’identità messianica di Gesù e del significato della sua figliolanza divina. Per essere discepoli, la chiamata non è sufficiente: basta pensare a Giuda. Solo la confessione di fede crea le condizioni perché un gruppo di uomini e donne venga riconosciuto da Cristo come la “sua Chiesa”. La pietra angolare su cui riposa il fondamento della Chiesa non è Pietro ma Gesù, il Signore. Unito a Gesù, però, Pietro diviene la roccia su cui Gesù può edificare la sua Chiesa. Letteralmente la “roccia” non è Pietro, ma la confessione di fede. Troppo spesso dimentichiamo che il fondamento della Chiesa non è appunto Pietro, ma la sua confessione di fede e troppo spesso rischiamo di essere una Chiesa, una comunità che ha perso il fondamento. La tentazione a cercare in se stessa, nella propria organizzazione nel proprio funzionamento, il fondamento ultimo della propria fede accompagna la vita della Chiesa. Nei più forti momenti di accentuato ecclesiocentrismo, questa tentazione e questo rischio impongono di tornare alla memoria del primo dei discepoli. La fede in Gesù non si gioca però in una dichiarazione, anzi chiede continua ricerca: le aspettative umane sono sempre molte, anche quelle religiose, e ci sono molti modi di declinare la propria attesa “messianica”. La domanda che Gesù rivolge ai suoi, l’approssimazione e la confusione dei discepoli, la consapevolezza delle tante attese che pervadono il mondo che ci circonda sono passi assolutamente necessari, che non si compiono mai una volta per tutte e che non possono essere sostituiti da una dichiarazione stereotipata, da una formula fissata per sempre quasi fosse una formula magica. È in gioco l’esperienza della quotidianità che ci interpella. La risposta di Pietro non sta, infatti, all’inizio, ma alla fine di questo percorso di ricerca. Prima di essere discepoli, tutti siamo “gente” immersa nel quotidiano dell’umano. La frase “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” dice esattamente questo: la divinità del figlio di Dio si manifesta e si attua nella massima realizzazione della nostra umanità. Quale responsabilità essere uomini! Affidarsi a Dio non significa disincarnarlo dal nostro quotidiano: tanto più ci avviciniamo a Dio Padre quanto meno lo allontaniamo dall’umano. Tutti diciamo di Gesù qualcosa che parte da noi, da carne e sangue, e non viene dall’alto. Di questo passaggio, Pietro diviene portavoce e fa sì che la Chiesa di Gesù trovi la roccia sulla quale restare salda…
Prima lettura: dal libro del profeta Isaia (Is 22,19-23) Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».
R. Signore, il tuo amore è per sempre
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 11,33-36) O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.
Vangelo: dal Vangelo secondo Matteo (Mt 16,13-20) In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
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