| XIV domenica Tempo ordinario Anno C 04/07/10 |
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| Scritto da R. Binello |
| Martedì 29 Giugno 2010 19:49 |
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DOMENICA 04/07/10, XIV domenica del Tempo Ordinario, anno C. Is 66,10-14 Salmo 65 Gal 6,14-18 Lc 10,1-12.17-20
Chi pensa che l’annuncio del Vangelo, cioè la testimonianza della cura per ogni uomo, sia compito e/o privilegio di alcuni eletti… beh quel qualcuno è proprio fuori strada, o perlomeno non è in sintonia con la Parola di Dio! L’invio in missione dei settantadue discepoli (tanti quanti erano le nazioni geograficamente conosciute) ha l’intenzione di mostrare che il compito di annunciare Cristo rientra nella vocazione cristiana e deve estendersi a tutta la terra. Non sono i popoli che devono incamminarsi verso i discepoli, ma i discepoli che devono correre verso i popoli. È possibile “essere iscritti nel cuore di Dio” se si testimonia la dedizione a favore di chi incrociamo nelle nostre giornate. E chiunque vive uno stile di prossimità evangelica (“è vicino a voi il Regno di Dio”) ha il proprio nome scritto nei cieli, e quindi appartiene a Dio. Atteggiamento fondamentale è la povertà: “non portate né borsa né sacca né sandali”. Con questo il discepolo missionario è invitato a non lasciarsi appesantire da troppi bagagli e da troppe esigenze. Si tratta di una libertà indispensabile perché la purezza del Vangelo sia salvata. Ed è un modo di vivere che rende credibile il vangelo stesso. Mostra infatti, dal vivo e davanti a tutti, la fiducia che il discepolo ha nel Padre. E questa libertà è possibile previa accettazione di una situazione di sproporzione: “vi mando come agnelli in mezzo a lupi”. Un senso di sana inadeguatezza è presente in chi annuncia la Parola: egli deve sottrarsi alla tentazione di servirsi della potenza mondana per rendere più efficace la Parola che annuncia. La ricerca di mezzi mondani tradisce una profonda mancanza di fede. Ed è proprio questa mancanza di fede che impedisce, troppe volte, alla Parola di manifestare la forza di Dio che essa nasconde. E proprio la fede consente di “calpestare serpenti e scorpioni”. Il veleno del sospetto dell’affidabilità di Dio non può più nuocere alla luce della risurrezione pasquale. Il veleno che sta nella fine, nella coda dello scorpione, paradigma dello scacco mortale con cui si conclude l’esistenza umana, non è più realtà. La morte, il pungiglione nella coda, cioè la paura della fine, che ammorba mortalmente tutta la vita, è superata per sempre. Per questo, al di là di successi personali o comunitari nell’azione missionaria, ciò che conta veramente è l’iscrizione nel libro della vita. Chi vive nella fede ha la garanzia di essere associato al nome di Dio. Il motivo più profondo della gioia non è la vittoria su Satana, ma l’amore di Dio che assicura salvezza: “rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
Prima lettura: dal libro del profeta Isaia (Is 66,10-14) Rallegratevi con Gerusalemme, Salmo responsoriale (salmo 65) R. Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
Seconda lettura: dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati (Gal 6,14-18) Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli.
Vangelo: dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-12.17-20) In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
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