Il canto nella liturgia PDF Stampa E-mail
Scritto da M. Cerrato   
Venerdì 16 Ottobre 2009 23:55

Che cosa si intende per liturgia?

Sicuramente qualcosa legato al modo di adorare Dio, al suo culto.


Per capire meglio lo spirito della liturgia dobbiamo rifarci alla concretezza dei testi biblici, iniziando dal momento in cui Israele esce dall’Egitto.

Dalle modalità dell’Esodo emergono infatti due diverse finalità: la prima è il raggiungimento della Terra Promessa, in cui Israele può vivere libero ed indipendente. Accanto ad essa compare però una seconda motivazione: il culto, l’adorazione di Dio, che può avvenire solo secondo le indicazioni che Mosè ha ricevuto da Dio stesso. Israele non parte per essere un popolo come tutti gli altri; parte per servire Dio. La meta dell’esodo è il monte di Dio, ancora sconosciuto, è il servizio da rendere a Dio.
Nel deserto Israele impara ad adorare Dio nel modo da Lui stesso voluto.

 

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Come adorare Dio?

Nelle religioni naturali la finalità del culto può essere individuata nella pace con Dio, nell’unione di ciò che sta in basso con ciò che sta in alto, per superare la consapevolezza del peccato che grava sull’umanità.

Con Israele l’idea di culto acquista una nuova ed intensa espressione. Il culto è offrire il proprio sguardo a Dio; lasciarsi avvolgere dal suo progetto. Solo così la vita stessa dell’uomo, vissuta secondo giustizia, diventa vera adorazione di Dio.

 

Il culto ha il carattere di una anticipazione: esso permette di intravedere il mondo di Dio e prefigura una vita più definitiva, dando alla vita presente la sua misura.

Ritorniamo al quesito iniziale: cosa significa tutto ciò in termini liturgici?

La liturgia diventa espressione di questo affacciarsi a Dio; diventa il giusto modo di rapportarsi a Dio. E come può essere vissuta al meglio?

L’uomo non può “farsi” il proprio culto; egli afferra solo il vuoto se Dio non si mostra. Anche Mosè dice al faraone: “noi non sappiamo con che cosa servire il Signore” (Es 10,26). Se infatti Dio non si mostra, l’uomo, pur cercandolo, non può far altro che costruire degli altari al “dio ignoto”. Ma la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica quindi una qualche forma di istituzione

E se celebriamo solo noi stessi?

Con questo culto il popolo di Israele non voleva adorare un dio pagano. Voleva adorare proprio quel Dio che lo aveva liberato, cercando di rappresentare la sua potenza con l’immagine di un torello. Tuttavia è caduto nell’idolatria perché, in tal modo, il culto non è più un salire verso di Lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni. Dio deve essere lì dove c’è bisogno di Lui e così come si ha bisogno di Lui.

Nell’Esodo si può leggere l’episodio del vitello d’oro.

Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé, come celebrazione di se stessa.

Allora la liturgia diventa un “gioco” vuoto, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto un manto di sacralità.

 

La vera essenza del culto si realizza con il Cristo.
Il Figlio di Dio, che si è fatto uomo ed è divenuto l’agnello pasquale, è il vero unico culto
Gesù disse: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne ricostruirò un altro, non fatto da mani d’uomo” (Mc 14, 58) Questa è una profezia della croce: la fine della sua vita terrena sarà contemporaneamente la fine del tempio
. Con la sua risurrezione comincerà il nuovo tempio: il corpo vivente di Gesù Cristo.

Ultimo aggiornamento Domenica 18 Ottobre 2009 16:44
 

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